Il 3 gennaio 1987, per la terza volta, dopo marzo 1985 e febbraio 1986, la rivista di televisione americana “TV Guide” metteva in copertina Jessica Fletcher. Questa fu la terza di cinque copertine che furono dedicate alla scrittrice-investigatrice più apprezzata dell’epoca. All’interno altrettanti articoli dedicati all’attrice e al suo personaggio. Esploriamo il terzo di questi, ritrovato grazie alla preziosa rassegna stampa meticolosamente raccolta sul sito “The Definitive Guide to Murder She Wrote” e tradotto dalla sottoscritta.
Può essere fatale riuscire a mettere insieme questo spettacolo
Una visita sul set di “Murder, She Wrote” rivela le frustrazioni del cast, le riscritture dei copioni, le riprese e di come salvare l’ego delle sue numerose guest star
Di Susan Littwin

4 gennaio 1987
La domenica sera è arrivata; il fine settimana è quasi terminato. Verso una tazza di decaffeinato, taglio una fetta di torta troppo piccola per avere qualche caloria di troppo e mi preparo per un’ultima coccola: un’oretta piacevole in compagnia di Jessica Fletcher, l’elegante e sensibile investigatrice che ricorda i detective dilettanti nelle storie gialle degli anni ’30.
Stasera, subito dopo la sigla, Jessica arriva in una stazione ferroviaria a Wenton, nel Vermont,
dove viene accolta da un giovane dall’aspetto eccentrico con un’auto d’epoca. Man mano che la storia si svolge, ci rendiamo conto che stiamo assistendo ad una rivisitazione di “La leggenda di Sleepy Hollow“.


Ottimo. Ambientazioni pittoresche, un macabro omicidio, una quasi parodia e famose guest star. Bello quasi come un film.
Mettere in onda questo quasi-film ogni settimana, per 22 volte l’anno, è uno dei miracoli della fast-TV. TV Guide ha avuto l’onore di essere presente nel backstage durante la realizzazione dell’episodio di MSW andato in onda questa settimana (4 gennaio 1987, CBS, ore 20:00), e vi diremo tutto, tranne chi è l’assassino.
MSW è noto essere uno show efficiente e professionale, privo del temperamento e del caos che governano alcune serie. Tuttavia la produzione di questo 53° episodio è stata un’impresa che ha coinvolto arte, artigianato, tecnologia, lunghe ore di lavoro e il riuscito intreccio di persone dalle provenienze più diverse. Per produrre 45 minuti e 45 secondi di intrattenimento ci sono voluti sette giorni di preparazione e otto giorni di produzione di 12 ore l’uno: tre sul posto, uno sul retro degli Universal Studios e quattro nei teatri di posa. L’episodio è costato circa 1,3 milioni di dollari e ha coinvolto uno staff e una troupe di 76 persone e un cast di 14.
Ma torniamo dove tutto comincia. All’inizio c’e uno sceneggiatore. Molti episodi di MSW erano scritti dallo staff interno. Ma questo, il 3.11 intitolato “Night of the Headless Horseman” (Il cavaliere senza testa), veniva da un free-lance di nome R. Barker Price. Era la sua prima volta televisiva ad Hollywood. Era uno del Kentucky dalla faccia fresca che sembrava molto più giovane dei suoi 36 anni, Price era un amministrativo con la passione per la scrittura. Era venuto a Los Angeles tre anni e mezzo prima per cimentarsi in questa attività e aveva presentato una sceneggiatura per MSW senza commissione specifica. Il produttore esecutivo Peter S. Fischer non poteva usarla, ma gli era piaciuto il suo lavoro e lo aveva invitato a “proporre” delle idee. Price aveva suggerito un episodio basato su “Sleepy Hollow“, la sua storia d’infanzia preferita, e Fischer la colse al volo.

Da lì in poi, era nata una collaborazione. Price lavorava a stretto contatto con lo story editor Robert E. Swanson per trasformare la sua idea in una sceneggiatura che poteva funzionare per lo show. Il problema principale di ogni sceneggiatura di MSW era come inserire Jessica nella storia e come darle un motivo per investigare. In questo era stato deciso che il personaggio di Ichabod Crane (il protagonista della “Leggenda di Sleepy Hollow”) fosse qui un vecchio amico che aveva bisogno del suo aiuto. Orfano, si era innamorato della figlia di uno snob e convinceva Jessica a far finta di essere sua madre per farlo accettare dalla famiglia di lei. Fischer aveva pensato che sarebbe stata una buona idea riprendere il personaggio di Horace Lynchfield, lo sfortunato poeta interpretato da Paul Sand in un episodio precedente (1.18 “Footnote to Murder” “Delitto con dedica“) . Il ruolo era quindi stato scritto per Sand e nella storia si facevano delle allusioni al precedente episodio.
C’era anche un problema specifico in questa storia: la decapitazione. Dovevano evitare di essere troppo raccapriccianti o troppo farseschi. E dovevano trovare una ragione perché qualcuno uccidesse in questo modo bizzarro e incomprensibile. Price aveva scritto due “versioni” e due bozze della sceneggiatura;
Mesi dopo, Fischer, il produttore Robert O’Neill, il direttore del casting Ron Stephenson e il regista di questo episodio, Walter Grauman, si incontravano nell’ufficio di Fischer agli Universal Studios per avviare la produzione. Le riprese sarebbero iniziate la settimana successiva,e fino a quel momento era filato tutto liscio. Ma in realtà dovevano affrontare un vero problema. Paul Sand, che doveva interpretare Horace Lynchfield, era stato scritturato per un ruolo fisso in un’altra serie e poteva non essere disponibile. Era una parte difficile da interpretare perché il personaggio era stralunato, stravagante, ma anche romanticamente attraente.
Imperterrito, Stephenson proponeva alcuni nomi per sostituirlo. La maggior parte veniva respinto perché non adatto. Altri categoricamente non facevano la televisione seriale perché i loro agenti o manager ritenevano troppo degradante. Vennero comunque proposti alcuni nomi..

Più veloce fu l’assegnazione delle altre nove parti principali. Fritz Weaver era stato scelto per interpretare il proprietario della scuola superiore, aveva già avuto un piccolo ruolo l’anno precedente (1.16 “Tough guys don’t die” “Quale dei tre?”). Stephenson suggeriva anche Hope Lange per la parte della direttrice. All’inizio, Fischer pensava che fosse troppo femminile, troppo vulnerabile, ma dopotutto il ruolo aveva anche un lato romantico. Entro un’ora avevano deciso tutte le scelte principali e le riserve per ogni ruolo e la mattina seguente avevano concluso un accordo con quasi tutte le prime scelte.
Alla fine Paul Sand non era disponibile. La sceneggiatura veniva rivista da Fischer in persona. Il vecchio amico di Jessica, Horace, diventa un nuovo personaggio, Dorian. Due attori erano stati invitati a fare il provino, con Stephenson che interpretava Jessica. Uno era divertente, ma non abbastanza romantico. L’altro non era abbastanza incisivo. L’attore si era giustificato dicendo di aver mal recitato il copione. “Non è un buon momento per. Potrei fare di meglio. Buona sceneggiatura, però. Forse la prossima volta.” I quattro si lasciavano con cordialità, essendo abituati a scene di questo tipo. Stephenson era stato più positivo con l’agente del primo attore ma la ricerca non era terminata.

Il giorno successivo si presentava Thom Bray, che interpretava Murray, l’esperto di computer della serie Riptide. Bray si collocava tra gli attori famosi che ricevono offerte ma non ancora abbastanza da evitare le audizioni. Quindi si era presentato per la parte e per l’occasione si era vestito di tweed sgualcito e papillon. E anche la parte di Dorian era stata assegnata.
Tecnicamente questo era un episodio complicato perché coinvolgeva luoghi diversi, scene d’azione, cavalli, riprese notturne e attori bambini, che erano soggetti a regole speciali. Lo staff analizzava i problemi tecnici di ogni scena durante le riunioni di produzione. Che tipo di auto d’epoca? Quante zucche? Quanti cavalli? Tavoli in legno di balsa o tavoli con gambe predisposte a spezzarsi per la scena di lotta? Il regista Grauman e un gruppo di membri dello staff visitavano le location e tracciavano rapidamente ogni ripresa. La Wenton Academy era in realtà un ranch di proprietà del chirurgo plastico che aveva operato Richard Pryor dopo che si era ustionato. Le scene della stalla erano girate a qualche km di distanza in un fienile che faceva da sfondo a molte scene televisive a tema. Altre scene di Wenton verranno girate al Disney Ranch a circa 50 km di distanza. La stazione ferroviaria si trovava nel backlot della Universal, con un camion di prodotti agricoli che bloccava la vista di una location europea. Gli interni erano scenografie costruite in teatri di posa.


Miracolosamente, tutto si era risolto e erano iniziate le riprese. Dieci veicoli della produzione movimentavano i materiali in loco. Le telecamere, le luci e il suono erano stati impostati e, finalmente ecco che arrivava Angela Lansbury. In una scena doveva andare in bicicletta, ma per qualche motivo lo studio aveva fornito una bici da uomo, con la canna nel mezzo. Per poter essere utilizzata dall’attrice, doveva essere segata e risaldata, e c’era qualche motivo di preoccupazione sul fatto che reggesse durante la corsa.

A differenza della maggior parte delle serie, MSW aveva un solo interprete regolare, la Lansbury, che recitava praticamente in ogni scena. La Lansbury non era per nulla una primadonna. Ma aveva 61 anni e lavorava 12 ore al giorno per nove mesi all’anno. Questa era una serie di successo e tutti erano pronti a soddisfare ogni sua necessità. Precedentemente la maggior parte degli episodi di un’ora erano stati realizzati in sette giorni, ma dopo un anno di giorni lavorativi di 16 ore, la Lansbury aveva protestato e la Universal l’aveva accontentata con sessioni di lavoro di otto giorni.
Da parte sua, alla Lansbury non piaceva molto la televisione. Le piaceva però MSW e interpretare Jessica e diceva “mi ha dato una grande libertà”. Ma la velocità della produzione televisiva poteva infastidire molto i veterani dello spettacolo. C’era a malapena il tempo per gli attori di imparare le loro battute, figuriamoci approfondire il loro carattere. Dopo brevi prove, le telecamere erano pronte a girare. E questa sceneggiatura non era una delle sue preferite. “Preferisco gli episodi che sono più drammaticamente validi. Questo lo interpretiamo come una commedia leggera. C’è una linea sottile in un dramma farsesco e deve essere compresa da ogni attore. Ma non c’è tempo, quindi affrontiamo l’ignoto senza la necessaria preparazione”, diceva.
La Lansbury attribuiva molta importanza anche al suo aspetto. E richiedeva che l’illuminazione e le telecamere “la trattassero con la dovuta cura e considerazione”. Aveva seguito una dieta ed aveva perso diversi chili. E, almeno durante i suoi viaggi, aveva sostituito i classici maglioni di L. L. Bean con abiti firmati più sofisticati.
Questa è la serie della Lansbury e le cose ruotavano intorno a lei. Tutti gli altri interpreti erano guest star. Per attori come Weaver e Lange, fare MSW era una buona occasione. La Lange aveva recentemente sposato il regista di Broadway Charles Hollerith Jr. ed era impegnata a ristrutturare le loro tre piccole abitazioni. Le era piaciuto interpretare Charlotte, la direttrice di mezza età che aveva avuto una relazione con un uomo più giovane. “È realistica e contemporanea”, diceva. La snella Lange mangiava doppie porzioni di torta dal carrello della ristorazione. E tra una ripresa e l’altra, faceva una giocosa samba con i suoi tacchi vertiginosi. Allo stesso modo, Weaver, che viveva a New York, vedeva il suo ruolo come “la mia vacanza annuale pagata in California. Esco a cena e rimango fuori fino a tardi e mi metto in guai di tutti i tipi“. Ma si presentava al lavoro conoscendo le sue battute e recitandole in quel baritono profondo che deliziava il mixer del suono. Prevaleva sulla musica, sugli effetti sonori,e persino su un aereo che gli sfrecciava sopra la testa.
Ma per le altre guest star, specialmente quelle che avevano già avuto una propria serie, essere una guest poteva essere un mix di complicazioni, adattamenti e doppi fini. Barry Williams, che era Greg, il fratello maggiore di La Famiglia Brady, interpretava Nate Findley, l’istruttore di equitazione arrogante e donnaiolo. Williams aveva 32 anni, ed era magro, atletico e di bell’aspetto. Voleva ottenere parti di azione/avventura, ma non riusciva a convincere i produttori che non era più Greg Brady. Questa sceneggiatura richiedeva a Nate di cavalcare e addestrare un cavallo e di lottare in una taverna. Williams non vedeva l’ora di mettersi in mostra.



Il regista, ovviamente, era contrario a questo genere di cose. Se Williams si cimentava in scene d’azione e si infortunava, come avrebbero terminato l’episodio? “Se si fa male, vengo licenziata”, diceva la coordinatrice degli stunt Mary Albee. Gli stuntmen stessi erano scettici dal momento che toglieva loro il lavoro. Ma Williams era impaziente. “È molto più realistico se lo faccio io“, insisteva, e lo avevano accompagnato nella stalla per provare i cavalli. Tutti avevano riconosciuto che cavalcava bene, ma in ogni caso gli attori non dovevano fare questo tipo di scene.
Una sera, durante una prova, il cavallo impennandosi si era alzato troppo in alto sulle zampe ed era caduto lanciando in aria lo stuntman Steve Cremin ferendolo seriamente. Questo aveva definitivamente messo fine alle speranze di Williams di fare le scene d’azione. Il cavallo aveva ricordato a tutti quanto potesse essere pericoloso.
La mattina dopo Cremin era arrivato sul posto, vestito e con la parrucca per assomigliare a Williams. Era ancora un po’ incerto, ma era pronto a cavalcare. E Williams era rimasto in disparte imbronciato. Cremin portò il cavallo al galoppo e lo fece impennare tre o quattro volte. Poi, finalmente, a Williams fu concesso di montare, galoppare verso la telecamera, fermarsi e poi ridere maliziosamente. Sembrava pericoloso e ammiccante mentre lo faceva; molto meglio, tutti erano d’accordo, dello stuntman. Ma l’impennata che vediamo in TV era quella eseguita da Cremin. In fase di montaggio, sarebbe poi stato tagliato e poi inserito un primo piano di Williams, che, fino alla fine, continuava ad insistere che avrebbe potuto farlo meglio.

Al contrario, Thom Bray, che poteva essere rappresentato da un disegno stilizzato di un bambino, vedeva tutto ciò che coinvolgeva il movimento come pericoloso, e arrivava con la sua controfigura personale, che guidava anche per lui quando la sceneggiatura lo richiedeva. “Mi farò male“, insisteva Bray. Durante il primo giorno di riprese, si avvicinò al regista Grauman. “Devo parlarti di domani”, disse. “La sceneggiatura mi fa schivare un’auto. O lo fa lo stuntman o puoi trovare qualcun altro“.
Grauman era furioso. “Non ho bisogno che tu me lo dica. Cercherò altri attori”, ribattè. Bray se ne era andato, ignaro di aver lasciato Grauman infuriato. Ma Bray e la sua romantica co-protagonista, Karlene Crockett, si erano esibiti in perfette scene romantiche e lui e Grauman erano ritornati presto a pranzare amabilmente insieme.
E poi c’era Doug McClure, l’ex star della serie western “Il Virginiano“. McClure aveva 51 anni, era un po’ appesantito e forse un po’ malconcio. Interpretava lo sceriffo non così brillante in questo episodio. Alla domanda su come gli piaceva interpretare le parti a lui assegnate, disse lentamente: “Beh, il copione dice che sono un protagonista, ma immagino che dovrei semplicemente essere contento di lavorare“. Durante le pause, McClure raccontava lunghe storie dei vecchi tempi, quando era sulla copertina di TV Guide e nello show “Merv” e andava in giro con Burt Reynolds. “Quando arrivo al parcheggio della Universal ora, a volte mi imbatto in un autista o in qualcuno che sa chi sono. Ma la maggior parte non mi conosce“. “Non è un segreto“, diceva, “che bevevo un po’“. Raccontava barzellette a pranzo e sfidava chiunque a non trovarle divertenti.


La Lansbury manteneva una ragionevole distanza da tutto questo. Era cordiale con tutti sul set, ma la maggior parte dei giorni pranzava nella sua roulotte con suo marito, l’ex talent agent Peter Shaw. Durante le pause si ritirava lì per leggere o telefonare. Non era propriamente distaccata ma, come si dice, molto inglese. Un giorno, dopo aver pranzato sul posto, si era sistemata su una sedia da campeggio e parlava di matrimonio, figli e della difficile situazione delle donne moderne con la Lange, che considerava una vecchia amica. Era un discorso intimo e intelligente. Quando la Lansbury era disponibile a fare conversazione, dava tutta la sua attenzione all’interlocutore.
Nel frattempo, la produzione andava avanti. Sorgevano problemi tecnici vari che venivano risolti spesso dall’assistente alla regia Joe Ingraffia, il tormentato intermediario tra la troupe di produzione e i creativi. Ingraffia temeva di perdere la luce giusta o di non avere a disposizione i bambini (a causa delle regole per la loro presenza) o di dover pagare le penali. Si preoccupava quando la gru ordinata da Grauman non era disponibile. La maggior parte degli assistenti si trasformavano in sergenti maggiori urlanti ma Ingraffia gestiva tutto con una certa grazia. “Non sai da quali preoccupazioni ti sto proteggendo”, rimproverava Grauman. Un pomeriggio, mentre la troupe stava preparando una ripresa, Grauman, Weaver e Crockett stavano chiacchierando all’ombra. Proprio in quel momento si era avvicinato Ingraffia e disse: “Siamo pronti in 10 minuti, Walter“. L’elegante Grauman aveva alzato lo sguardo dicendo: “Pronto per cosa?” Poi rise. “Non preoccuparti, Joe. Faremo anche questa scena. Le facciamo sempre tutte”.
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